La scuola, i bambini, le macchie!

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Ieri in classe durante un laboratorio Chiara dice:
«Nemico dello scrivere è lo sporco».

Al mio sguardo interrogativo risponde:
«Sì perché quando si macchia il foglio d’inchiostro poi devi riscrivere tutto».

La penna che “sbava”, il nemico numero uno del bravo alunno,
in particolare dello sventurato mancino.

E pensare che un filosofo di tutto punto come Benedetto Croce
nella rivista La Critica, ha dedicato un intero articolo d’elogio
a questo apparentemente insignificante aborto d’inchiostro. 

Croce fa riferimento ad alcuni scritti epistolari di Vittorio Imbriani che proponevano un rinnovamento di criteri estetici generali e una rivoluzione pittorica contro l’accademismo. Secondo l’Imbriani se la pittura deve ritrarre l’Idea, si tratta sempre di un’idea pittorica. E che cos’è l’idea pittorica?
La macchia. 

Per quanto bizzarra, questa considerazione merita riguardo: la macchia secondo la definizione crociana è “un accordo di toni, cioè di ombre o di luce, atto a resuscitar nell’animo un qualsivoglia sentimento, esaltando la fantasia
fino alla produttività”.

Tutto nasce da una macchia. Anche il Giudizio di Michelangelo, smisurato per grandezza e complessità, deriva in origine da un partito di luci e ombre ed è proprio questa pennellata iniziale ciò che realmente commuove
chi ammira il dipinto. 

In ultima analisi, quindi,
la macchia non è altro che l’essenza del fatto estetico, l’intuizione. 

Nel senso comune, come nella scuola, la macchia è un piccolo sgorbio che non dovrebbe esserci, un errore sostanzialmente, non importa cosa quell’errore
in potenza potrebbe essere o che cosa testimoni. 

I vestiti macchiati dei bambini sono solitamente il risultato di avventure avvincenti all’aria aperta tra erba e fango a sperimentare ed esplorare oppure sono la distrazione di un pensiero volante attaccato a una farfalla, il cui risultato è il maccherone imbevuto di sugo sulla camicia stirata. 

Eppure c’è chi da una macchia su un foglio bianco ricava disegni che riempiono pagine, emozionando e facendo riflettere. Da uno scarabocchio fortuito, una parola si trasforma in un’altra e da lì si crea l’appiglio per inventare una storia, come suggeriva Rodari con i suoi errori creativi,  prima che la dittatura del quaderno a righe di 5 mm e del corsivo su foglio lindo si imponesse inderogabilmente. 

Da impressione inconscia dell’artista, la macchia fa capolino anche nella psicodiagnostica grazie a Rorschach che le utilizza per indagare la personalità. L’idea di interpretare disegni ambigui per valutare l’indole di un individuo in realtà risale già a Leonardo da Vinci e a Botticelli, così come sembra che l’interpretazione di macchie di inchiostro facesse già parte
di un gioco del diciannovesimo secolo. 

Perché allora questo generale apartheid della macchia?

Forse perché tutto ciò che non si capisce destabilizza e viene allontanato e ripugnato. Uno scarabocchio non ha una spiegazione lineare, “chiara e distinta”; va pensato, va approcciato di pancia o di testa cercando di andare al di là di quello che si vede o restando fedele a ciò che si vede, ma cercandone il senso. 

La macchia non è altro che una possibilità e quindi spaventa, perché potrebbe essere tutto o niente; non si presenta con nome, cognome, data di nascita e numero di matricola, si manifesta così senza un perché, quindi per lo più infastidisce il benpensante. 

Non è un caso quindi che Piccolo blu, piccolo giallo di Leo Lionni,
meraviglioso albo per bambini pubblicato in Italia nel 1967,
abbia destato e desti tuttora un gran prurito.

La storia di amicizia di due macchie di colore;
che cosa c’è di più spiazzante? Lionni voleva lavorare sul tema
dell’identità e della rappresentazione: «Sono convinto
che sia molto più facile per un bambino identificarsi
nell’immagine di un topo, o di un pezzetto di carta colorata
piuttosto che in quella di un altro bambino. Se il bambino che legge
è nero e il protagonista del libro è bianco come è possibile
l’immedesimazione? Se il protagonista è Piccolo Blu,
il problema non sussiste perché si tratta di un simbolo».

E ancora: «Nei libri per bambini ci deve essere una metafora
decifrabile ma anche qualcosa di indecifrabile… Penso che le cose
che un bambino non capisce subito agitino la sua
immaginazione e accendano la curiosità».

Mara D’Arcangelo

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