Giocare per condividere

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Facciamo finta che questa linea gialla e ondulata che corre
sul margine del foglio chiudendosi attorno a uno spazio vuoto
sia un’isola. Facciamo finta che la figura stilizzata all’interno
dell’isola sia un uomo, giunto lì non si sa come,
né da quanto tempo, né con quali intenzioni.

L’isola è deserta.
L’uomo ha bisogno di qualcosa che lo faccia stare bene,
addirittura che lo renda felice. Cosa potremmo regalargli?

Le mani dei bambini in classe non tardano ad alzarsi.
Tutti desiderosi di comunicare la propria soluzione ai compagni!

Dai 18 mesi ai 9 anni (circa) i bambini sono immersi nella creazione
di mondi possibili, di universi immaginari. Lo possono fare da soli oppure insieme,
come quando in classe decidono di dar retta allo scenario di finzione proposto
dal filosofo e offrono ciascuno le proprie idee per dare a quel naufrago
ciò di cui pensano possa aver bisogno.

È sorprendente come i piccoli prendano sul serio le indicazioni fornite loro.
A quell’uomo, sull’isola deserta, potrebbero consegnare fucili, trappole, bombe.
Invece no. Ciascuno pensa a ciò che ritiene davvero fondamentale
per sopravvivere. Perlomeno all’inizio, perlomeno finché
si tratta di bambini di 4, 5, 6 anni: cibo, acqua, un riparo,
amici, animali in quantità, genitori, giocattoli.

Cosa ci suggerisce questo comportamento? 

Il fatto che i bambini rispondano in modo congruente al nostro invito iniziale
sembrerebbe suggerire che essi condividono con noi l’obiettivo
di rendere felice quell’uomo. 

Secondo alcuni filosofi dell’azione il condividere un obiettivo
è ciò che caratterizza la cooperazione e che la distingue
da altre forme di interazione. 

Ma cosa significa condividere un obiettivo?

Se diverse persone interagiscono in vista di uno stesso scopo non significa
che queste persone condividono un obiettivo: a volte si può decidere
di coordinare  le proprie attività con quelle di qualcun altro
semplicemente perché questo sembra essere il modo più conveniente
per raggiungere un fine che giudichiamo privato.

In certi casi, poi, il compagno può essere relegato a vero e proprio
‘strumento sociale’ utile al raggiungimento
 di uno scopo strettamente
personale. Se intendo spostare
 il pesante tavolo sistemato in mezzo
al salone,
 posso servirmi della prima persona che transita per la stanza.

Il fatto che l’obiettivo – spostare il tavolo – sia raggiunto insieme,
non rende l’attività cooperativa. Il mio scopo
 era semplicemente quello
di spostare il tavolo,
 non certo di spostarlo insieme! Se non ci fossi stato tu
ad aiutarmi avrei
 potuto servirmi di qualcun altro, o di un carrello elettrico. 

Al contrario, per due persone che condividono uno scopo l’importante
non è semplicemente riuscire nell’impresa, bensì riuscirvi (oppure no) insieme.

L’altro, la sua presenza, è parte stessa dell’obiettivo,
non un accessorio conveniente
 per il raggiungimento
di un obiettivo individuale.

Ciascun membro di una attività cooperativa si adopererà non solo per portare
a termine tutti
 i compiti personali concordati ma si assicurerà anche
che il compagno o i compagni siano messi nelle condizioni
di poter svolgere con successo
 il loro dovere e sarà disposto a offrirgli aiuto,
a sostenerli qualora qualcosa
 non andasse per il verso giusto.
I bambini in classe, condividendo il nostro invito,
dimostrano di essere disposti a giocare insieme a noi.

Rendere felice quell’uomo diventa il nostro obiettivo collettivo,
il fine a cui tutti tendiamo. Così, quando
 qualcuno propone di fornire
al naufrago sacchetti
 di patatine, qualcun altro è subito pronto a fargli notare
che un campo di mais potrebbe
 rivelarsi una soluzione migliore.

Ogni bambino presta attenzione a chi sta partecipando e non appena,
per errore, qualcuno salta il turno,
 subito interviene per ristabilire l’ordine. 

Il gioco collettivo di far finta è intriso di dinamiche relazionali
– l’aiuto reciproco, il sostegno, il condividere uno scopo –
che non hanno nulla da invidiare ad altre forma
“più reali” di cooperazione.

Se vogliamo insegnare a qualcuno a cooperare, non c’è niente di meglio
che farlo giocare a far finta, come rivelano i bambini!

Marianna Brescacin

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