La bambina che non parla e alcune mie certezze

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Comune di Caccamo.
Classe II A.

Cerchio di sedie.
Cerchio di bambini sulle sedie.
Tempo della storia: 55 minuti.

Tempo del racconto: a discrezione del lettore.

Ore 9:00

Unica regola:
Parla chi ha in mano il barattolo di colla.

L’esercizio proposto prevede che il bambino che impugna il talking stick
(che può essere appunto un barattolo di colla o qualsiasi altro oggetto
a portata di mano di filosofo) scelga tre diversi bambini che
gli rivolgano tre diverse domande.

Unico vincolo:
Formulare domande che comincino con: “Cosa faresti se…?”.
Lentamente la faccenda prende avvio.

“Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse niente da mangiare?” chiede il primo.

Il secondo continua: “Cosa faresti se venissi a scuola senza compiti?” e ancora
“Cosa faresti se in camera tua ci fosse una pantera?” conclude il terzo.


Il bambino coinvolto risponde a tutte le domande dopodiché passa la colla
al suo vicino.
 Si procede così per circa metà giro, il ritmo incalza,
sempre più bambini alzano la mano per essere scelti…
hanno bell’e pronta una domanda da fare!


Viene scelta Elisa, che non aveva la mano alzata.
Le viene consegnato il talking stick.
 Ancor prima che abbia afferrato
la colla il suo vicino mi dice: “Guarda che lei non parla”, mentre un altro
compagno specifica che lei non parla “Mai mai”.

A queste forti dichiarazioni seguono trenta interminabili secondi di silenzio;
Elisa afferra la colla e sprofonda lo sguardo tra i lacci delle scarpe.

Il linguaggio non verbale della classe dice tutto
quanto non sia già stato decretato a parole.

Gambe che ciondolano, teste che si sporgono a guardarla,
guance che sbuffano, occhi che cercano la maestra,
perché sproni Elisa a darsi una mossa.

So della spietatezza del contesto classe. Conosco la violenza verbale.
Da adulti cerchiamo l’equilibrio sul filo che divide la sincerità dalla sfrontatezza.

Ma i bambini, ancora, non pesano le parole.

Tuttavia qui, oggi, non c’è cattiveria.
Non leggo alcuna volontà di screditare il prossimo o ferirlo.

E allora cos’è? Cos’è che fa sì che ventidue bambini sentenzino
che Elisa non riuscirà “mai mai” a formulare una domanda in tempo?

La maestra attende ancora qualche istante,
poi, preoccupata, mi chiede col labiale: “Posso intervenire?”.

Perché stia succedendo quello che sta succedendo me lo spiega Erving Goffman
ne “La vita quotidiana come rappresentazione” (che ho poi letto per intero).

In un caso come questo – penso, direbbe – a venire compromessa
è la rappresentazione che tutti stavamo inscenando così bene.


Rispettivamente stiamo agendo (dal lat. agĕre ‘spingere’, ‘muovere’)
in qualità di attori e pubblico; i bambini, équipe ben compatta,
sono interpreti di una messinscena scandita da domande
e battute verso le quali la maestra, pubblico ineccepibile,
si mostra soddisfatta;
ricordiamo che la maestra è presente non come semplice individuo
ma come rappresentante ufficiale dell’équipe insegnanti – di centenaria
tradizione.
 Io rivesto, invece, quello che Goffman definisce il compare
(shill), 
ovvero, colui che “pur sembrando soltanto un qualsiasi
insospettabile membro del pubblico, impiega la sua non
manifesta abilità a vantaggio dell’équipe di attori”.

Posto che “il fine generico di ogni équipe è quello di mantenere la definizione
della situazione proiettata durante la rappresentazione”
allora “[…] si può affermare
che durante lo svolgimento di una rappresentazione d’équipe, ogni membro
ha la possibilità di far fallire lo spettacolo o di disturbarlo
con un comportamento inappropriato”
.

Il silenzio di Elisa, agli occhi di entrambe le équipe,
andrebbe dunque a compromettere sul piano drammaturgico
la resa dello spettacolo. 
Perché tanta impazienza e tale accanimento?
Spiega Goffman:“Ogni componente d’équipe è obbligato a fidarsi della condotta
e del comportamento dei suoi compagni e questi, a loro volta, sono obbligati
a fidarsi di lui: si sviluppa quindi necessariamente un vincolo
di interdipendenza reciproca tra di loro.”

Ecco cosa.
Una bambina che non parla tradisce un retroscena che non andava rivelato.

Allora forse basta dimostrar loro che la buona resa dello spettacolo
dell’apprendimento non conosce fretta. “Oh… Finalmente ci possiamo rilassare.”
dico appoggiandomi allo schienale, loro mi imitano. Tiro un sospiro di sollievo,
a seguire fanno lo stesso: “Grazie Elisa! Stavamo andando troppo forte…
Siamo a metà giro. Bravi! Però facciamo con calma,
pensiamo bene prima di parlare”.

Un altro minuto passa.
“Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse in casa nessuno?”
chiede Elisa a bassa voce.


Le fa eco quel suo vicino che, ad alta voce, ci riporta raggiante la sua domanda:
“Ha detto: Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse in casa nessuno!”

Elisa, lei, parla.

Noi non abbiamo fretta.

Giovanna Ginevra Stella

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Giocare per condividere

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Facciamo finta che questa linea gialla e ondulata che corre
sul margine del foglio chiudendosi attorno a uno spazio vuoto
sia un’isola. Facciamo finta che la figura stilizzata all’interno
dell’isola sia un uomo, giunto lì non si sa come,
né da quanto tempo, né con quali intenzioni.

L’isola è deserta.
L’uomo ha bisogno di qualcosa che lo faccia stare bene,
addirittura che lo renda felice. Cosa potremmo regalargli?

Le mani dei bambini in classe non tardano ad alzarsi.
Tutti desiderosi di comunicare la propria soluzione ai compagni!

Dai 18 mesi ai 9 anni (circa) i bambini sono immersi nella creazione
di mondi possibili, di universi immaginari. Lo possono fare da soli oppure insieme,
come quando in classe decidono di dar retta allo scenario di finzione proposto
dal filosofo e offrono ciascuno le proprie idee per dare a quel naufrago
ciò di cui pensano possa aver bisogno.

È sorprendente come i piccoli prendano sul serio le indicazioni fornite loro.
A quell’uomo, sull’isola deserta, potrebbero consegnare fucili, trappole, bombe.
Invece no. Ciascuno pensa a ciò che ritiene davvero fondamentale
per sopravvivere. Perlomeno all’inizio, perlomeno finché
si tratta di bambini di 4, 5, 6 anni: cibo, acqua, un riparo,
amici, animali in quantità, genitori, giocattoli.

Cosa ci suggerisce questo comportamento? 

Il fatto che i bambini rispondano in modo congruente al nostro invito iniziale
sembrerebbe suggerire che essi condividono con noi l’obiettivo
di rendere felice quell’uomo. 

Secondo alcuni filosofi dell’azione il condividere un obiettivo
è ciò che caratterizza la cooperazione e che la distingue
da altre forme di interazione. 

Ma cosa significa condividere un obiettivo?

Se diverse persone interagiscono in vista di uno stesso scopo non significa
che queste persone condividono un obiettivo: a volte si può decidere
di coordinare  le proprie attività con quelle di qualcun altro
semplicemente perché questo sembra essere il modo più conveniente
per raggiungere un fine che giudichiamo privato.

In certi casi, poi, il compagno può essere relegato a vero e proprio
‘strumento sociale’ utile al raggiungimento
 di uno scopo strettamente
personale. Se intendo spostare
 il pesante tavolo sistemato in mezzo
al salone,
 posso servirmi della prima persona che transita per la stanza.

Il fatto che l’obiettivo – spostare il tavolo – sia raggiunto insieme,
non rende l’attività cooperativa. Il mio scopo
 era semplicemente quello
di spostare il tavolo,
 non certo di spostarlo insieme! Se non ci fossi stato tu
ad aiutarmi avrei
 potuto servirmi di qualcun altro, o di un carrello elettrico. 

Al contrario, per due persone che condividono uno scopo l’importante
non è semplicemente riuscire nell’impresa, bensì riuscirvi (oppure no) insieme.

L’altro, la sua presenza, è parte stessa dell’obiettivo,
non un accessorio conveniente
 per il raggiungimento
di un obiettivo individuale.

Ciascun membro di una attività cooperativa si adopererà non solo per portare
a termine tutti
 i compiti personali concordati ma si assicurerà anche
che il compagno o i compagni siano messi nelle condizioni
di poter svolgere con successo
 il loro dovere e sarà disposto a offrirgli aiuto,
a sostenerli qualora qualcosa
 non andasse per il verso giusto.
I bambini in classe, condividendo il nostro invito,
dimostrano di essere disposti a giocare insieme a noi.

Rendere felice quell’uomo diventa il nostro obiettivo collettivo,
il fine a cui tutti tendiamo. Così, quando
 qualcuno propone di fornire
al naufrago sacchetti
 di patatine, qualcun altro è subito pronto a fargli notare
che un campo di mais potrebbe
 rivelarsi una soluzione migliore.

Ogni bambino presta attenzione a chi sta partecipando e non appena,
per errore, qualcuno salta il turno,
 subito interviene per ristabilire l’ordine. 

Il gioco collettivo di far finta è intriso di dinamiche relazionali
– l’aiuto reciproco, il sostegno, il condividere uno scopo –
che non hanno nulla da invidiare ad altre forma
“più reali” di cooperazione.

Se vogliamo insegnare a qualcuno a cooperare, non c’è niente di meglio
che farlo giocare a far finta, come rivelano i bambini!

Marianna Brescacin