Sinestesia bambina

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Cinque per cinque venticinque,
cinque per cinque venticinque,
cinque per cinque venticinque…

che colore ti viene in mente?

Era uno dei giochini che si facevano all’intervallo insieme
a “alambebi alamdegorigori” prima dell’avvento di smartphone
e tablet. Perlopiù venivano in mente colori caldi tipo l’arancione
e il rosso; nessuno, ovviamente, aveva la più pallida idea di cosa fosse
la sinestesia. Solo molto più avanti, sfogliando più o meno annoiati i
manuali di letteratura ci si poteva imbattere in un “odorino amaro”
(G.Pascoli) o in un “silenzio verde” (G. Carducci) o, ancora,
in “un’assolata allegria” (J.Keats). Dal liceo si impara che
la sinestesia (dal gr. sýn «con, assieme» e aisthánomai
«percepisco, comprendo»; quindi «percepisco
assieme») è una figura retorica con effetto
metaforico che associa due parole
pertinenti a due diverse
sfere sensoriali.

Non tutti però sanno che qualcosa di simile può accadere
nel nostro cervello, dando vita a una condizione
cerebrale piuttosto
particolare che prende
appunto il nome dall’omonima
figura retorica.

I primi studi scientifici di questo fenomeno risalgono
agli anni 1880,
tuttavia con l’affermarsi del
Comportamentismo in psicologia 

nel primo Novecento questa unione sensoriale è stata
relegata a evento minore, se non capriccio individuale,
per poi
ritornare al centro del dibattito scientifico
con Lawrence Marks,
Richard Cytowic e Simon
Baron-Cohen negli anni ‘80.

In cosa consiste praticamente? Si potrebbe dire che a livello
celebrare uno stimolo appartenente a una determinata
area sensoriale non viene percepito soltanto dall’area
sensoriale di riferimento, ma attiva percezioni
anche di altre aree. Il perché succeda ciò e quanto

sia ampia la diffusione del fenomeno
è ancora oggetto di verifica.

Sta di fatto che le associazioni tra le diverse percezioni
sensoriali
e mentali sono veramente moltissime: Virginia
è un nome che
sa di ciliegia, il piano di Thelonious Monk
è rosso velluto
e sa di chinotto e ancora il numero sette
è verde scuro
 ed è maschio, il giallo può
essere spigoloso…

Questi sono solo alcuni esempi, ma se ne possono trovare
moltissimi
altri. Una delle forme di sinestesia più diffusa
è quella che coinvolge
nomi e numeri che provocano
sensazioni nel gusto e nell’olfatto,
meno diffuse
sono invece quelle che coinvolgono il tatto
o
comportamenti che evocano rumori, per cui una
persona
dai gesti nervosi potrebbe suonare come
unghie
strisciate sulla lavagna.

Non si tratta né di una patologia né di un disturbo,
ma più che altro di una condizione mentale che sicuramente
influenza la vita di chi ne è coinvolto, ma non in modo negativo,
anzi. Spesso queste associazioni aiutano a ricordare con più facilità
e sfociano in una creatività inaspettata. Non è un caso che grandi
scrittori e artisti ne foseero affetti: come non ricordare
Vladimir Nabokov che associava alle lettere colori
e anche materiali (la A è color “legno rovinato” cfr. Speak, memory)
e Franz Liszt che spesso chiedeva alla sua orchestra toni “meno
rosei e più tendenti al blu”. Fra tutti però, occorre citare
Vasilij Kandinskij, che forse più di tutti ha studiato
e sperimentato il fenomeno. Per il fondatore dell’arte astratta,
i colori divenivano suoni da fissare sulla tela. Egli sperava infatti,
che i suoi dipinti potessero essere “ascoltati”, che i fruitori
della sua arte potessero avere “la possibilità di entrare
nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare
con tutti i sensi”. Il giallo aveva un rapporto privilegiato
con il triangolo, il rosso con il quadrato 
e il blu con il cerchio.

C’è chi anche senza essere sinesteta ha trovato interessante
il confluire di sensi per esplorare la realtà. In effetti pur
essendo
olfatto e tatto, due sensi potentissimi a livello
di intensità sono
generalmente poco usati quando
si tratta di percepire il mondo,
a cui ci dedichiamo
per lo più con vista, udito e gusto.

È importante per i bambini cominciare a esplorare
il mondo con tutti i sensi, per poterlo percepire
(e farsene un’idea) adottando diverse
prospettive.

In questo senso non può non balzare alla mente il lavoro
fatto da Munari con i prelibri, 12 piccoli libri dedicati ai bambini
che ancora non sanno né leggere né scrivere, composti da diversi
materiali, colori e rilegature per favorire l’accostamento 
di percezioni sensoriali e immagini. Dopo il designer milanese,
sono stati in molti a comprendere l’importanza di un approccio
multisensoriale alla realtà. Tra tutti, mi preme suggerire:
pica! No pica! Di Jil Hartley edito da Petra Ediciones 
(Link), dove immagini fotografiche invitano a scoprire
il mondo tra similitudini e contrasti, cosa pizzica,
cosa prude, cosa fa solletico e ancora cosa
accarezza, cosa liscia cosa imita…

Livro clap di Madalena Matoso edito da Planeta Tangerina
(Link),
il libro da aprire e sfogliare per eccellenza, visto
che ogni volta
che si sfoglia ci sono mani che battono,
baci e bacetti,
palloncini che scoppiano.

Infine un libro particolare, dedicato a chi non vede,
ma anche a tutti quelli che si limitano a vedere. È Il libro
nero
dei colori di Menena Cottin, edito da Gallucci;
invita a conoscere 
il mondo attraverso gusto,
profumo, i suoni, le emozioni:
che sapore
ha il rosso? E il verde ha un odore?

E il giallo com’è?

Un approccio sinestetico alla realtà apre mondi
possibili inaspettati, accelera il ritmo dei nostri
pensieri
e colora le nostre idee di
tintinnii e profumi nuovi.

Mara D’Arcangelo

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