Intervista a Francesca Lo Buglio

INTERV.

Francesca Lo Buglio aderisce al Movimento Educativo Filosofiacoibambini®.
Lavora in qualità di Membro Ufficiale del Team su Palermo e Provincia.

Abbiamo scelto d’intervistarla, ringraziandola pubblicamente
per il grande impegno umano e professionale che ogni giorno mette
nel Progetto, diffondendo il Metodo Educativo Filosofiacoibambini®.

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Come ti senti quando lavori al progetto Filosofiacoibambini®?

Il progetto Filosofiacoibambini® è entrato a far parte della mia vita nel momento in cui iniziavo a delineare i contorni di quello che doveva essere il mio futuro con una laurea in filosofia e un figlio, il quale, cresceva insieme a una mia nuova consapevolezza nei confronti degli studi filosofici, molto differente da quella dei primi anni universitari, molto più pragmatica ed essenziale. Una nuova consapevolezza maturata insieme al mio ruolo da genitore, ma soprattutto, educatore e guida di quello che oggi è un bambino ma che domani sarà un adulto, un individuo sociale che in qualche misura contribuirà, nel bene o nel male, a costruire un pezzettino in più del futuro dell’umanità. Nel momento in cui questi pensieri si facevano strada nella mia testa, conoscere questo nuovo metodo educativo, che comporta un nuovo e diverso approccio nei confronti del bambino, ha reso subito chiara nella mia mente quella che era la mia strada. Entrare in classe, non ogni giorno nella stessa, incontrare circa 80 bambini diversi, ognuno portatore di un piccolo e diverso pezzo di mondo, non solo il suo personale, ma anche frutto di un contesto familiare e sociale che, nella maggior parte dei casi, è differente per ciascuno; non ricoprire il ruolo dell’insegnante, educatore, mediatore, o qualsivoglia soggetto che tende ad indirizzare i loro pensieri e saperi, ma semplicemente di Filosofocoibambini, ovvero, di un personaggio che si muove all’interno della classe, né davanti a loro, né dietro, ma CON loro, con piccoli e a volte impercettibili interventi, semplicemente per mettere insieme le loro idee, punzecchiando la loro immaginazione. Tutto questo è crescita personale, giorno dopo giorno, è un continuo mettersi in discussione, abbattersi per poi ricostruirsi, ogni giorno più forti del precedente, ma allo stesso tempo più deboli, perchè l’obbettivo in classe non è costruire certezze bensì domande.

Come ha influito sulla tua vita l’incontro con questo Progetto Educativo?

Filosofiacoibambini® non è stato per me l’incontro con un nuovo Metodo o Progetto Educativo, bensì la riscoperta di un qualcosa che si era assopito negli anni dentro di me, dopo l’infanzia: ritornare a quando, negli anni della scuola elementare, mi chiudevo nella mia cameretta a scrivere poesie o inventare storie, magari raccontandole ad un pubblico di bambini immaginari. Ritrovarsi da adulta ad assistere ogni giorno ai giochi nei mondi immaginari di mio figlio ha risvegliato in me quei momenti, riportandomi a credere che utilizzare la via dell’immaginazione è l’unica strada realmente percorribile, perchè sempre in continuo cambiamento e miglioramento. Ancor più veder schizzare dai banchi e dalle sedie bambini sempre pieni di nuove idee, che potrebbero risultare strambe ma che in realtà sono il frutto di un ragionamento fresco, dinamico ma allo stesso tempo ben preciso e argomentato (seppur in termini semplici, magari anche in pensieri un po sgrammaticati), ebbene tutto questo ha dato uno slancio in più alla mia vita ed una voglia, quotidianamente rinnovata, di credere in un domani migliore.

Quali aspetti del metodo Filosofiacoibambini®
sono più difficili da tradurre nella tua quotidianità?

Credo che uno degli aspetti più complessi sia quello del non aver alcun tipo di risposta o contenuto da dare ai bambini. Rassicurarli del fatto che ogni loro pensiero o idea potrebbe essere quella che in fondo stanno cercando, senza dover temere il giudizio di un insegnante o un adulto che voglia condurli da qualche parte che non sia quella verso cui loro erano diretti. Per far tutto questo, è necessario un profondo lavoro su se stessi, una continua epoché fenomenologica, una sospensione  del giudizio che sembra impossibile da raggiungere entro quella che è oggi la società del giudizio nei confronti di ogni aspetto del reale, delle etichette e delle diagnosi, nella quale i primi a subirne le conseguenze sono proprio i bambini. Riuscire a lasciar fuori dalla classe tutto questo assumendo un atteggiamento di sicurezza nei confronti dei bambini ma soprattutto, trasmettendo allo stesso tempo quella vuotezza di contenuti che caratterizza il filosofocoibambini in classe, in modo da stimolare in essi la voglia di costruirne propri, riuscendo a mostrare soltanto con il proprio atteggiamento o con un semplice movimento del corpo, spesso senza alcuna parola, che qualsiasi giudizio o contenuto può sempre trovarsi in un continuo divenire, in modo da tener vivo in essi l’entusiasmo del mettersi in discussione, spingendoli ad una riflessione ed un ragionamento ipotetico-deduttivo costante.

Quale è stata la soddisfazione più grande raggiunta finora lavorando al progetto?

Una delle maggiori conquiste raggiunte in questi mesi, è stata senza dubbio quella di riuscire a mettere in pratica e rendere attuale quella che è la vera essenza del discorso filosofico, specialmente in un ambito,l’infanzia, che sembra essere l’antitesi di quello che è il pensiero comune sul termine Filosofia, il quale, risulta apparire agli occhi di molti fatto esclusivamente di teoria, termini e ragionamenti complessi. Accostare la filosofia al mondo del bambino, fatto di poche (che in classe possono diventare tantissime) e semplici parole ma di tanto ragionamento, immaginazione e soprattutto meraviglia è stato di sicuro una delle più grandi soddisfazioni, specialmente quando tale lavoro, non in tutti i casi ma spesso, veniva compreso dagli insegnanti che entusiasti seguivano ed accompagnavano i bambini.

Quali consigli daresti a chi volesse avvicinarsi al movimento Filosofiacoibambini®?

Innanzitutto, essere pronti a mettersi in gioco. Uno dei maggiori ostacoli, specialmente nel primo periodo, è la diffidenza nei confronti del nuovo. Riuscire a credere fermamente in quelli che sono i principi del metodo filosofiacoibambini ed essere pronti a lavorare su stessi quotidianamente per portarli avanti nel più adeguato dei modi. Dal primo momento in classe, dal primo bambino incontrato ed ogni giorno sempre di più, sarà necessario mettere in discussione tutte quelle che sono le sicurezze che ci hanno accompagnato nel corso della nostra vita e fino a quel momento, pur consapevoli del fatto che all’alba di un nuovo giorno anche quelle nuove prospettive che con fatica siamo riusciti a ricostruire potrebbero crollare da un momento all’altro. Ogni mano alzata potrà fornirci un nuovo modo di vedere le cose che ci sembrerà migliore del precedente, perciò dovremo essere pronti ad accogliere tutto questo come un dono che riceviamo e non come qualcosa che noi offriamo ai bambini. In fondo “non sono i bambini ad aver bisogno della filosofia ma è la filosofia ad aver bisogno dei bambini!”.

Parlaci della tua terra, la Sicilia, degli obiettivi presenti e futuri.

La Sicilia è una terra viva che sin dalla nascita diventa parte di colui che la abita. I suoi profumi, i suoi sapori, i suoi rumori, sono unici ed inconfondibili. La sua storia travagliata e profonda, simbolo dell’incontro di due culture così diverse, l’Oriente e l’Occidente, specialmente la splendida provincia di Palermo in cui sono nata e a pochi chilometri di distanza dal paese in cui vivo, è l’emblema della storia non soltanto italiana ma anche europea e araba.  Non  è stato semplice per me e per le mie colleghe della zona, Marianna, Veronica, Doriana, riuscire a far si che questa nuova realtà che è Filosofiacoibambini venisse compresa ed in qualche modo accettata. Paradossalmente, l’appoggio più importante è nato non dalla Città ma dai paesi limitrofi come Bagheria o, addirittura, piccoli paesini come Caccamo. Nonostante i disagi iniziali la nostra coesione e determinazione ci ha portate ad ottenere grandi risultati raggiungendo tante scuole e soprattutto tantissimi bambini nell’arco di nemmeno un anno. L’obiettivo del team siciliano, è quello di riuscire a raggiungere gran parte del territorio della nostra Isola ed insieme, ognuna con il massimo dell’impegno, stiamo viaggiando a vele spiegate, affinché questo nuovo modo di intendere l’educazione divenga una realtà costante e sia per i nostri bambini, domani adulti, la scintilla iniziale per ripensare  la nostra Isola come un germoglio da curare e custodire con cura e amore e non come un fiore essiccato al quale strappare le radici.

Cosa auguri al progetto per il futuro?

Il mio augurio per noi tutti Filosoficoibambini, ma soprattutto per questa perla così preziosa che è il metodo che portiamo avanti e custodiamo con cura, è quello di crescere insieme alla nostra esperienza quotidiana in classe: migliorarsi e perfezionarsi grazie all’incontro con ogni nuovo e diverso bambino, essere in continuo divenire, non dare mai nulla per scontato in modo da dimostrare la purezza e l’umanità che stanno alla base del metodo, al fine di non vanificare tutti gli sforzi, la passione, il coraggio e la tenacia che ognuno di noi ogni giorno porta in classe non curandosi delle difficoltà.

Intervista a Ester Galli

 

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Ester Galli aderisce al Movimento Educativo Filosofiacoibambini®.
Lavora in qualità di Membro Ufficiale del Team su Milano e Provincia.

Abbiamo scelto d’intervistarla, ringraziandola pubblicamente
per il grande impegno umano e professionale che ogni giorno mette
nel Progetto, diffondendo il Metodo Educativo Filosofiacoibambini®.

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Come ti senti quando lavori al Progetto Filosofiacoibambini®

La filosofia coi bambini implica la ricerca di un nuovo punto di vista. Ascoltare, scrivere, disegnare coi bambini, a volte stesi sul pavimento, porta a guadagnare un nuovo punto di vista. Coi bambini il dialogo è senza pregiudizi. Non solo: cerco di  mettere  da parte i luoghi comuni e di non dare nulla per scontato. Per questo mi capita sovente di essere “in tensione”. Impegnata a guardare la realtà dal pavimento, a far tabula rasa di ogni mia presunta conoscenza cerco di essere pronta ad affrontare l’imprevisto, aperta al possibile ed anche all’improbabile. Coltivo la consapevolezza di dover lasciar spazio ai bambini, di dover arretrare per aumentare il grado di libertà in situazione. Cerco così di liberarmi  da  ogni sovrastruttura mentale e fisica, di ogni presunto fine e, perdendo a volte  la cognizione del tempo, viaggio nei mondi in cui i bambini mi portano. Con il tempo e le esperienze ho acquisito una particolare serenità e ho maturato una condizione più rilassata tipica di un presente dilatato in cui non c’è nessuno scopo da raggiungere, nessun particolare obiettivo se non quello di essere coi bambini.

Come ha influito sulla tua vita l’incontro con questo Progetto Educativo?

La crescita di Filosofiacoibambini® è stata sorprendente. Posso dire di essere cresciuta  insieme al progetto. Certo le esperienze quotidiane fanno nascere e maturare   nuove attenzioni, nuove emozioni. Si potrebbe dire: “nuove consapevolezze crescono!”. Per esempio, l’impegno volto a considerare ogni bambino come particolare, unico e irripetibile porta non solo a metter tra parentesi gli universali e tutti gli “ismi” ma anche e soprattutto a considerare che siamo tutti diversi, che le particolarità e le  peculiarità sono o possono costituire le nuove frontiere dell’impegno pedagogico. Il nostro essenziale compito di “filosofi coi bambini” è dunque l’attenzione, la cura per l’immaginazione di ogni singolo bambino, senza esclusioni, senza rinunce, senza sacrifici. 

Quali aspetti del Metodo Filosofiacoibambini®
sono più difficili da tradurre nella tua quotidianità?

La difficoltà maggiore coincide con il dover “essere coi bambini”,  mettendo da parte sapere e sovrastrutture per creare e ricreare le condizioni in grado di far esplodere le potenzialità e far crescere le capacitá logiche e cognitive dei bambini. Fare ciò implica abbandonare qualunque tipo di protagonismo, far scendere il nostro ego da qualunque tipo di cattedra. De-centrarsi, de-strutturarsi, “lavorare su se stessi” per poter “lavorare con” gli altri mi pare oggettivamente l’impegno più importante, ma anche il più impegnativo e difficile. 

Qual è stata la soddisfazione più grande raggiunta finora lavorando al Progetto?

Senza dubbio, aver maturato la consapevolezza di poter fare della mia presenza una non-presenza: senza parole, con pochi gesti e qualche sguardo allenare l’immaginazione, il pensiero dei bambini, liberandomi e liberandoli da qualunque tipo di limite, definizione, chiusura. 

Quali consigli daresti a chi si avvicinasse al Movimento Filosofiacoibambini®?

Consiglierei un approccio graduale, nutrito  di teoria  e prassi.  Del resto, non  bisogna avere fretta. Occorre, invece, essere consapevoli che non c’è un formale punto di arrivo, una sorta di diploma che certifichi il raggiungimento di un sapere, di una abilità ovvero di uno status. Si tratta, invece, di iniziare un percorso, di battere  un sentiero, nemmeno tanto agevole, che comporta un continuo lavorio su stessi e l’acquisizione  di una sempre maggiore  consapevolezza. Insomma, si tratta di guadagnare un preciso punto di vista che vede la Filosofiacoibambini® non solo come pratica educativa, ma anche come una visione del mondo, una visione senz’altro  radicale per taluni aspetti.

Parlaci di Varese, Como, Milano, degli obiettivi presenti e futuri.

Varese e Como, segnate da un’atavica rivalità, sono realtà per alcuni aspetti differenti e per altri simili. Sono terre di confine. Sono la provincia italiana, quella che tanto viene stigmatizzata, ma che costituisce l’asse portante del nostro paese. Quella provincia che all’apparenza può sembrare chiusa, difficilmente penetrabile, fortemente votata al fare e orgogliosa della sua forza produttiva, ma che si apre generosa e accogliente a chi sa essere tenace e perseverante nel portare avanti progetti di valore. Molti sono, infatti, i riscontri avuti, soprattutto nell’ultimo anno, i segni di riconoscimento dell’esigenza di portare avanti il Progetto Filosofiacoibambini®. Molti gli sforzi da parte di dirigenti, insegnanti, amministratori locali di far arrivare a quanti più bambini possibili questo originale nuovo approccio. L’obiettivo è quindi quello di continuare ad incontrare, raccontare, descrivere  l’urgenza di un cambiamento e mostrare attraverso eventi ed incontri le potenzialità del Metodo Filosofiacoibambini®. Ma soprattutto quello di essere ogni giorno in classe coi bambini garantendo loro un rapporto continuativo e non occasionale. Solo infatti la cura costante per il linguaggio e l’immaginazione del bambino è vera cura, cura della sua essenza. Proprio con questa nuova attenzione verso il bambino e le relazioni che esso costruisce con genitori ed insegnanti è nostra intenzione promuovere un nuovo spazio Filosofiacoibambini® a Milano. Un luogo sottratto alla frenesia del quotidiano in cui ri-costruire e ri-generare l’esperienza di relazione e comunicazione. 

Cosa auguri al Progetto per il futuro?

Posso sperare (e lavorare) affinché le iniziative di questo nuovo metodo abbiano una progressiva diffusione e  successo, ricordando che Filosofiacoibambini® è studio, ricerca e pratica e che questi tre aspetti quotidianamente coltivati, fuori e dentro le scuole, costituiscono la sua unicità e la sua forza. L’auspicio è che lo  sviluppo e la diffusione non vadano mai a scapito di questa sua essenza. 

Intervista a Marica Masciale

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Marica Masciale fa parte del Movimento Educativo Filosofiacoibambini®.
Lavora in qualità di Membro Ufficiale del Team su Bari e Provincia.

Abbiamo scelto d’intervistarla, ringraziandola pubblicamente
per il grande impegno umano e professionale che ogni giorno mette
nel Progetto, diffondendo il Metodo Educativo Filosofiacoibambini®.

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Come ti senti quando lavori al Progetto Filosofiacoibambini®?

Sento di essere in perfetta sintonia con la parte più intima di me stessa. Provo insieme un senso di pace e gioia incontenibile, perché ogni singolo momento di studio e di pratica in classe con i bambini si nutre della convinzione profonda nel valore del Metodo Filosofiacoibambini®.

Come ha influito nella tua vita l’incontro con questo Progetto Educativo?

Non posso fare a meno di ammettere che quello con Filosofiacoibambini® sia stato l’INCONTRO della mia vita, ciò che mi ha donato il privilegio d’imparare a essere e, solo dopo, a fare, nel senso di mettere in atto, ciò che ho sempre desiderato: tradurre la filosofia, studiata in maniera accademica all’Università, in uno stile di vita, in un modo d’essere fedelmente conforme alla radice del suo significato più puro. Dentro di me, ho sempre saputo quello che cercavo, tuttavia, ignoravo la forma nella quale un giorno si sarebbe palesato ed in FilosofiaCoiBambini l’ho subito riconosciuto, proprio come accade con tutte le cose che attendono di essere svelate e che, una volta scoperte, si accordano perfettamente alle nostre vite, a dimostrare il fatto che fossero da qualche parte, apposta per noi. È per questo che FilosofiaCoiBambini non è il Progetto Educativo che ha solo influito sulla mia vita, ma è ciò che l’ha fatta sbocciare ed in cui ho trovato lo slancio necessario per sostenere la mia quotidiana ricerca interiore: è diventato il mio “Posto” e cresce con me, mutando.

Quali aspetti del Metodo Filosofiacoibambini®
sono più difficili da tradurre nella quotidianità?

Essere pienamente coscienti di non avere risposte e di non conoscere nulla, mai abbastanza, e che si è in cammino, sempre, e ogni volta dal principio; liberarsi da ogni genere di schema mentale, per non restare ingabbiati in miseri, ma troppo spesso comodi confini; sospendere l’immotivata propensione al giudizio e abituarsi a scegliere una diversa linea di condotta, quella del “non fare”, del “non dire” , pur non lasciando al caso, dentro di sé e dinanzi ai bambini, alcuna espressione del volto, del proprio corpo, tutto, e nessuna parola. Rendere questi aspetti, per me, più difficili del Metodo Filosofiacoibambini® come cardini del proprio agire vuol dire fare esperienza della ricchezza del pensiero che sfugge alla chiusura di definizioni dogmatiche.

Qual è stata la soddisfazione più grande raggiunta finora lavorando al Progetto?

Senza dubbio, la consapevolezza della mia persona, che ogni giorno conquisto con meravigliosa fatica accanto alla constatazione, attraverso l’entusiasmante coinvolgimento dei bambini, dell’enorme potenza che il Metodo Filosofiacoibambini® porta in sé, nella sua geniale ed apparente semplicità.

Quali consigli daresti a chi volesse avvicinarsi al Movimento Filosofiacoibambini®?

È importante, per chiunque si avvicini al Movimento Filosofiacoibambini®, esser pronto a mettersi in discussione, sul serio. Occorre che si desideri fare un lavoro su di sé, più grande di quello che ci si possa aspettare dalla semplice partecipazione a un corso volto a illustrare con puntualità quello che si fa in classe, tutti i giorni, in diverse parti d’Italia, con spirito d’innovazione. Ci si deve aspettare di più, perché c’è di più. Comprendere intellettualmente in che cosa consiste il Metodo può essere per tutti, non lo è invece entrare nel suo sostrato, armandosi del coraggio necessario a riporre tutto in gioco, a proposito delle proprie certezze e vedute, ed intraprendere un percorso che non ha un termine preciso, ma che segue il corso naturale dell’evoluzione umana e che dunque è in incessante movimento. Allora bisogna domandarsi: intendo scoprirmi, senza conoscere prima con esattezza verso quali prospettive mi dirigo? In quale misura, sono pronto o pronta a lasciarmi assorbire dalle innumerevoli sfumature della vita? Il mio personale consiglio è di assumere il Metodo Filosofiacoibambini® come fosse una medicina giornaliera: a piccole, ma irrinunciabili dosi, sino a rendersi conto di non poter fare a meno di respirarne lo spirito che lo anima. A chi intenda farne esperienza, dico in tutta franchezza ne valga assolutamente la pena!

Parlaci della tua terra, la Puglia, degli obiettivi presenti e futuri.

La Puglia è la mia terra e come per ogni rapporto d’amore che si rispetti è intenso ed ostinato, nello stesso tempo. È un luogo incantevole, in ogni suo meandro più sconosciuto, perché racconta storie di vita vissuta e conserva gelosamente tradizioni preziose ed io sento di appartenerle con fiero orgoglio, fino in fondo. Ad oggi, risponde accogliente al nuovo che incede, poiché guarda oltre e riconosce in esso la custodia di principi che il tempo non scalfisce e questo è il caso del Metodo Filosofiacoibambini®. Sinora ha suscitato curiosità e voglia di approfondire, da parte di numerosi insegnanti e ciò testimonia il fatto che aleggi un’esigenza di rinnovamento condivisa. Per il futuro, vorrei che il favore nel quale il Metodo si è imbattuto crescesse in maniera estesa, mirando al cuore pulsante degli enti a cui è affidata l’educazione e raggiungendo quanti più bambini possibile.

Cosa auguri al Progetto per il futuro?

Auguro al Progetto Filosofiacoibambini® che diventi ovunque prassi, di cui si avverta e riconosca una necessità imprescindibile. Solo così, potrà essere uno strumento fruibile da tutti, in grado di promuovere un cambiamento forte dall’interno. Adesso più che mai non ci si può fermare né si può fintamente tacere e assecondare una realtà che è sotto gli occhi di tutti e che deve essere modificata, affinché non si areni, regredendo.

Leggere le menti

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Siamo sul finire degli anni Settanta.
Sarah ha 14 anni e fin dal giorno della sua nascita
le braccia dello psicologo David Premack l’hanno accolta
e accudita teneramente. Sarah ha convissuto a stretto
contatto con lui, vagando tra i laboratori del Missouri,
di Santa Barbara, e infine della Pennsylvania.

I tempi sono ormai maturi, secondo lo psicologo,
per testare fino a che punto possono spingersi
le facoltà intellettuali di quell’amica che
sembra comprendere così  bene
ogni suo gesto.

Ogni azione che vada dal bere un caffè, all’organizzare
una conferenza, è dettata da desideri, intenzioni,
percezioni, credenze sul mondo…

Sarah possiede una teoria della mente?
Sarah intuisce cosa può voler dire essere David?

Quella domanda, formulata ormai quasi quarant’anni fa,
racchiudeva implicazioni importanti sul nostro modo
di concepire il mondo animale: Sarah,
infatti, era uno scimpanzé.

I risultati, dapprima positivi, furono poi criticati
e smentiti da una serie di altri studi, fino a essere
rivisitati in tempi più recenti da Call e Tomasello.

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Ma cosa significa
possedere una teoria della mente?

Significa essere in grado di concepire le azioni
proprie ed altrui come causate da ciò che i filosofi
chiamano stati mentali. Vuol dire comprendere che se
Marta afferra il bicchiere colmo d’acqua e lo porta
alla bocca lo fa perché intende bere, che se Elia
sfoglia riviste di architettura con case da
sogno probabilmente desidererebbe soggiornarvi,
che se Alice indossa maglione, guanti e berretto di
lana prima di uscire di casa, lo fa perché crede
che la giornata sarà piuttosto fredda. 

Secondo alcuni filosofi e psicologi, fra tutti gli stati
mentali che un soggetto può possedere, uno in
particolare va considerato un fenomeno
puramente mentale: la credenza.

 Le credenze sono le nostre idee sul mondo.

Ho una credenza quando credo che fuori ci sia il sole
o che nella dispensa ci siano le mie fette biscottate
preferite. Le credenze, però, possono deluderci:
sul mio letto appena sveglia posso credere
che fuori ci sia il sole e rimarrò amareggiata,
alzando la tapparella, nel constatare che sta piovendo;
posso credere che nella dispensa ci siano le mie fette
biscottate preferite, mentre la realtà è che  il mio
coinquilino si è fatto una scorpacciata
e le ha fatte sparire.

Proprio perché possono essere false, non coincidenti
con ciò che effettivamente accade nel mondo,
le credenze sono considerate fenomeni
puramente mentali, indipendenti dalla realtà.
Solo se un soggetto è in grado di concepire
le azioni altrui come causate da questo
tipo particolare di stato mentale,
allora può essere considerato un esperto
mindreader, lettore delle menti.

Secondo Call e Tomasello, allo stato attuale della ricerca,
ciò che distingue gli uomini dagli scimpanzé,
per quel che riguarda la comprensione delle menti,
è il fatto che noi uomini, a differenza degli scimpanzé,
interpretiamo le azioni altrui come guidate dalle
credenze sul mondo che ciascuno intrattiene
e che queste, anche se false, sono ciò
che guida il comportamento. 

I bambini acquisiscono appieno questa capacità
intorno ai 4/5 anni, salvo imprevisti nello sviluppo.

A cosa serve possedere una teoria della mente?

Come in ogni ambito della scienza,
il possesso di una teoria sul mondo permette non
solo di spiegare i fenomeni ma anche di predirne di nuovi. 

Se so leggere le menti, se riesco a capire cosa frulla nella loro mente
sarò allora in grado di prevedere le loro mosse future. Questa è
un’abilità estremamente importante, secondo alcuni
filosofi addirittura necessaria, per cooperare.

Se ti concepisco come un soggetto dotato di mente,
nel momento in cui ti vedo fare grandi sforzi
per sollevare un’imbarcazione spiaggiata,
penso che tu abbia l’intenzione di spostarla in mare.
A questo punto posso avvicinarmi e, anche senza
proferire parola, darti una mano a sollevare
quel guscio di legno pesante
fino a riporlo in acqua.

Più la mia teoria delle menti è sofisticata,
più le azioni cooperative di cui sarò capace saranno
complesse, da un semplice porgere una bottiglia
d’acqua ad un amico che si dirige assetato
verso il frigo, fino ad organizzare un viaggio
con mio fratello, aprire un ristorante con il mio
compagno, fondare un’Associazione
sulla base di valori condivisi. 

Come si può arricchire la propria teoria della mente,
la comprensione della mente propria ed altrui?

 I romanzi costituiscono un serbatoio di modelli
della mente: leggendo possiamo metterci nei panni
di un narcos colombiano, di una madre di famiglia,
di un malato psichiatrico;  possiamo soffrire come loro,
addossarci le loro preoccupazioni, fremere per
i loro desideri, tremare per le loro intenzioni,
indossare le loro visioni del mondo. 

Ma senza doverci  immergere in universi di finzione,
i contatti quotidiani con persone che la pensano
in modo diverso da noi sono ciò che modella
e forgia la teoria della mente di ciascuno,
a partire da quell’universo
di microcosmi psicologici che è la classe. 

Alessandro, 6 anni, ha un desiderio:
ottenere quell’invitante pacchetto di caramelle
all’altro capo della stanza. Il percorso per raggiungerlo,
tuttavia, è tortuoso: ci sono degli ostacoli da superare,
dei ‘no’ da con cui fare i conti per ottenere
il bottino desiderato.

Il modo in cui Alessandro supererà le difficoltà
dipende da come, nella sua vita quotidiana,
è abituato ad affrontare situazioni del genere.

Immaginiamo che la mamma di Alessandro
ceda facilmente alle richieste del figlio. È sufficiente
che lui provi ad insistere un po’ – Dammi le caramelle,
per favore, per favore, per favore!- oppure ad avanzare
piccoli ricatti – Niente caramelle? E allora io non mangio più!-
per ottenere ciò che vuole. Alessandro conosce bene
la psicologia di sua mamma e sa che così facendo
vedrà realizzati i propri desideri.

Cosa accadrebbe, però, se un giorno Alessandro
dovesse riuscire ad ottenere qualcosa da
una persona che non cede
facilmente alle sue richieste?

Alessandro in quel caso sarebbe frustrato, bloccato,
impotente. Non saprebbe come interagire
con quella persona perché una psicologia
diversa da quella della madre è per lui inconcepibile.
Non pensa che ci possano essere modalità
relazionali differenti, maniere diverse
di affrontare una stessa situazione. 

Se presentate in classe, situazioni del genere
hanno un indubbio vantaggio: Anna, la cui madre
non cede facilmente ai ricatti, potrebbe suggerire
ad Alessandro di provare a spiegare le ragioni
del suo desiderio – Mamma, ho terminato
tutti i compiti per domani, mi piacerebbe tanto
potermi concedere una ricompensa, oggi non
ho mangiato nessuna caramella…-.

In questo modo Alessandro capirebbe
che non tutte le persone ragionano allo stesso
modo e che uno stesso comportamento
(il concedere la caramella) può dipendere
da sollecitazioni psicologiche diverse: la sua
teoria della mente acquisirebbe nuovi dati
e gli permetterebbe  di far fronte a un
maggior numero di problematiche
relazionali.

Ogni bambino è portatore di idee sul mondo
che possono essere molto differenti: mescoliamole,
facciamole scontrare, portiamole allo scoperto
per arricchirci tutti!

Marianna Brescacin

L’orso mancino

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“La mente creativa é in grado di pensare qualcosa che nessuno ha ancora pensato, guardando qualcosa che ognuno vede” (Schopenhauer).


Viviamo nel mondo, ne godiamo, e spesso ci accontentiamo di questo.
Esso appare a tutti come dato, e ciò che è dato è ben difficile
che venga problematizzato. 

Per fortuna, però, c’è qualcuno che fin dalla nascita s’incuriosisce
e si meraviglia del mondo delle cose date: i bambini.

Sembra che posseggano un potere speciale…

Come piccoli scienziati in un laboratorio, con il loro approccio ludico,
osservano e prendono le cose, le smontano, le sperimentano,
le ricostruiscono a piacere. Grazie a questi esperimenti,
la loro visione sulle cose raggiunge i 360°.

Vagliando con questo metodo tutti i vari enti
che compongono la realtà, l’avventura comincia,
già in età prescolare, dalle parole : 
«Ma come, non lo sai?
Un destrorso è un orso che scrive con la destra!»

Me l’ha detto C., una bambina di sei anni.

Ecco compiuta la magia: C. mi ha presentato un’alternativa
alla definizione di “destrorso”, lontana dal suo significato
condiviso ma allo stesso tempo coerente nella sua
costruzione, alla quale io, adulta,
non avrei mai pensato.

L’esplorazione prosegue con gli oggetti e le realtà più astratte.
I bambini, maestri del gioco simbolico (“Facciamo finta che…”)
applicano il loro metodo analitico ad un oggetto o un ruolo,
studiandolo in tutte le sue sfumature e declinazioni.

Così un bastone diventa un cavallo alato,
una maestra può essere messa in castigo,
oppure il letto diventa una navicella spaziale.

Tutti questi esperimenti non sono altro che le prime
manifestazioni di una preziosa capacità di considerare
alternative allo status quo, abilità che garantisce a chi la
possiede il potere di sospendere per alcuni attimi
certe prospettive di verità, in favore di altre:
originali, personali, private.

A noi adulti il compito di fare un passo indietro,
evitando di preoccuparci se i bambini pronunciano
male le parole, danno definizioni fantasiose o si dilettano
a categorizzare la realtà (a modo loro). Sarà il confronto,
a volte duro, con quest’ultima a confermare
o respingere quel significato,
uso o definizione. 

Io: «Benissimo, quindi un orso che scrive
con la sinistra è un sinistrorso?»

C. : «Ma noooo che dici?
Un orso che scrive con la sinistra è mancino!»

Esercizio per adulti: 

impariamo dai bambini quel potere quasi magico
di osservare le cose a 360°, così da ritornare
a esplorarle, a problematizzarle,
a scoprirle di nuovo.

A fronte di questo mondo di cose date gratuitamente,
i bambini, per primi, comprendono che la ricchezza sta
nella complessità, e nella capacità di sfuggire alla necessità.
Come ci riescono? Vagliando con libertà
ogni possibilità venga loro in mente.

Sofia Iacomussi

La scuola, i bambini, le macchie!

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Ieri in classe durante un laboratorio Chiara dice:
«Nemico dello scrivere è lo sporco».

Al mio sguardo interrogativo risponde:
«Sì perché quando si macchia il foglio d’inchiostro poi devi riscrivere tutto».

La penna che “sbava”, il nemico numero uno del bravo alunno,
in particolare dello sventurato mancino.

E pensare che un filosofo di tutto punto come Benedetto Croce
nella rivista La Critica, ha dedicato un intero articolo d’elogio
a questo apparentemente insignificante aborto d’inchiostro. 

Croce fa riferimento ad alcuni scritti epistolari di Vittorio Imbriani che proponevano un rinnovamento di criteri estetici generali e una rivoluzione pittorica contro l’accademismo. Secondo l’Imbriani se la pittura deve ritrarre l’Idea, si tratta sempre di un’idea pittorica. E che cos’è l’idea pittorica?
La macchia. 

Per quanto bizzarra, questa considerazione merita riguardo: la macchia secondo la definizione crociana è “un accordo di toni, cioè di ombre o di luce, atto a resuscitar nell’animo un qualsivoglia sentimento, esaltando la fantasia
fino alla produttività”.

Tutto nasce da una macchia. Anche il Giudizio di Michelangelo, smisurato per grandezza e complessità, deriva in origine da un partito di luci e ombre ed è proprio questa pennellata iniziale ciò che realmente commuove
chi ammira il dipinto. 

In ultima analisi, quindi,
la macchia non è altro che l’essenza del fatto estetico, l’intuizione. 

Nel senso comune, come nella scuola, la macchia è un piccolo sgorbio che non dovrebbe esserci, un errore sostanzialmente, non importa cosa quell’errore
in potenza potrebbe essere o che cosa testimoni. 

I vestiti macchiati dei bambini sono solitamente il risultato di avventure avvincenti all’aria aperta tra erba e fango a sperimentare ed esplorare oppure sono la distrazione di un pensiero volante attaccato a una farfalla, il cui risultato è il maccherone imbevuto di sugo sulla camicia stirata. 

Eppure c’è chi da una macchia su un foglio bianco ricava disegni che riempiono pagine, emozionando e facendo riflettere. Da uno scarabocchio fortuito, una parola si trasforma in un’altra e da lì si crea l’appiglio per inventare una storia, come suggeriva Rodari con i suoi errori creativi,  prima che la dittatura del quaderno a righe di 5 mm e del corsivo su foglio lindo si imponesse inderogabilmente. 

Da impressione inconscia dell’artista, la macchia fa capolino anche nella psicodiagnostica grazie a Rorschach che le utilizza per indagare la personalità. L’idea di interpretare disegni ambigui per valutare l’indole di un individuo in realtà risale già a Leonardo da Vinci e a Botticelli, così come sembra che l’interpretazione di macchie di inchiostro facesse già parte
di un gioco del diciannovesimo secolo. 

Perché allora questo generale apartheid della macchia?

Forse perché tutto ciò che non si capisce destabilizza e viene allontanato e ripugnato. Uno scarabocchio non ha una spiegazione lineare, “chiara e distinta”; va pensato, va approcciato di pancia o di testa cercando di andare al di là di quello che si vede o restando fedele a ciò che si vede, ma cercandone il senso. 

La macchia non è altro che una possibilità e quindi spaventa, perché potrebbe essere tutto o niente; non si presenta con nome, cognome, data di nascita e numero di matricola, si manifesta così senza un perché, quindi per lo più infastidisce il benpensante. 

Non è un caso quindi che Piccolo blu, piccolo giallo di Leo Lionni,
meraviglioso albo per bambini pubblicato in Italia nel 1967,
abbia destato e desti tuttora un gran prurito.

La storia di amicizia di due macchie di colore;
che cosa c’è di più spiazzante? Lionni voleva lavorare sul tema
dell’identità e della rappresentazione: «Sono convinto
che sia molto più facile per un bambino identificarsi
nell’immagine di un topo, o di un pezzetto di carta colorata
piuttosto che in quella di un altro bambino. Se il bambino che legge
è nero e il protagonista del libro è bianco come è possibile
l’immedesimazione? Se il protagonista è Piccolo Blu,
il problema non sussiste perché si tratta di un simbolo».

E ancora: «Nei libri per bambini ci deve essere una metafora
decifrabile ma anche qualcosa di indecifrabile… Penso che le cose
che un bambino non capisce subito agitino la sua
immaginazione e accendano la curiosità».

Mara D’Arcangelo

La bambina che non parla e alcune mie certezze

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Comune di Caccamo.
Classe II A.

Cerchio di sedie.
Cerchio di bambini sulle sedie.
Tempo della storia: 55 minuti.

Tempo del racconto: a discrezione del lettore.

Ore 9:00

Unica regola:
Parla chi ha in mano il barattolo di colla.

L’esercizio proposto prevede che il bambino che impugna il talking stick
(che può essere appunto un barattolo di colla o qualsiasi altro oggetto
a portata di mano di filosofo) scelga tre diversi bambini che
gli rivolgano tre diverse domande.

Unico vincolo:
Formulare domande che comincino con: “Cosa faresti se…?”.
Lentamente la faccenda prende avvio.

“Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse niente da mangiare?” chiede il primo.

Il secondo continua: “Cosa faresti se venissi a scuola senza compiti?” e ancora
“Cosa faresti se in camera tua ci fosse una pantera?” conclude il terzo.


Il bambino coinvolto risponde a tutte le domande dopodiché passa la colla
al suo vicino.
 Si procede così per circa metà giro, il ritmo incalza,
sempre più bambini alzano la mano per essere scelti…
hanno bell’e pronta una domanda da fare!


Viene scelta Elisa, che non aveva la mano alzata.
Le viene consegnato il talking stick.
 Ancor prima che abbia afferrato
la colla il suo vicino mi dice: “Guarda che lei non parla”, mentre un altro
compagno specifica che lei non parla “Mai mai”.

A queste forti dichiarazioni seguono trenta interminabili secondi di silenzio;
Elisa afferra la colla e sprofonda lo sguardo tra i lacci delle scarpe.

Il linguaggio non verbale della classe dice tutto
quanto non sia già stato decretato a parole.

Gambe che ciondolano, teste che si sporgono a guardarla,
guance che sbuffano, occhi che cercano la maestra,
perché sproni Elisa a darsi una mossa.

So della spietatezza del contesto classe. Conosco la violenza verbale.
Da adulti cerchiamo l’equilibrio sul filo che divide la sincerità dalla sfrontatezza.

Ma i bambini, ancora, non pesano le parole.

Tuttavia qui, oggi, non c’è cattiveria.
Non leggo alcuna volontà di screditare il prossimo o ferirlo.

E allora cos’è? Cos’è che fa sì che ventidue bambini sentenzino
che Elisa non riuscirà “mai mai” a formulare una domanda in tempo?

La maestra attende ancora qualche istante,
poi, preoccupata, mi chiede col labiale: “Posso intervenire?”.

Perché stia succedendo quello che sta succedendo me lo spiega Erving Goffman
ne “La vita quotidiana come rappresentazione” (che ho poi letto per intero).

In un caso come questo – penso, direbbe – a venire compromessa
è la rappresentazione che tutti stavamo inscenando così bene.


Rispettivamente stiamo agendo (dal lat. agĕre ‘spingere’, ‘muovere’)
in qualità di attori e pubblico; i bambini, équipe ben compatta,
sono interpreti di una messinscena scandita da domande
e battute verso le quali la maestra, pubblico ineccepibile,
si mostra soddisfatta;
ricordiamo che la maestra è presente non come semplice individuo
ma come rappresentante ufficiale dell’équipe insegnanti – di centenaria
tradizione.
 Io rivesto, invece, quello che Goffman definisce il compare
(shill), 
ovvero, colui che “pur sembrando soltanto un qualsiasi
insospettabile membro del pubblico, impiega la sua non
manifesta abilità a vantaggio dell’équipe di attori”.

Posto che “il fine generico di ogni équipe è quello di mantenere la definizione
della situazione proiettata durante la rappresentazione”
allora “[…] si può affermare
che durante lo svolgimento di una rappresentazione d’équipe, ogni membro
ha la possibilità di far fallire lo spettacolo o di disturbarlo
con un comportamento inappropriato”
.

Il silenzio di Elisa, agli occhi di entrambe le équipe,
andrebbe dunque a compromettere sul piano drammaturgico
la resa dello spettacolo. 
Perché tanta impazienza e tale accanimento?
Spiega Goffman:“Ogni componente d’équipe è obbligato a fidarsi della condotta
e del comportamento dei suoi compagni e questi, a loro volta, sono obbligati
a fidarsi di lui: si sviluppa quindi necessariamente un vincolo
di interdipendenza reciproca tra di loro.”

Ecco cosa.
Una bambina che non parla tradisce un retroscena che non andava rivelato.

Allora forse basta dimostrar loro che la buona resa dello spettacolo
dell’apprendimento non conosce fretta. “Oh… Finalmente ci possiamo rilassare.”
dico appoggiandomi allo schienale, loro mi imitano. Tiro un sospiro di sollievo,
a seguire fanno lo stesso: “Grazie Elisa! Stavamo andando troppo forte…
Siamo a metà giro. Bravi! Però facciamo con calma,
pensiamo bene prima di parlare”.

Un altro minuto passa.
“Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse in casa nessuno?”
chiede Elisa a bassa voce.


Le fa eco quel suo vicino che, ad alta voce, ci riporta raggiante la sua domanda:
“Ha detto: Cosa faresti se ti svegliassi e non ci fosse in casa nessuno!”

Elisa, lei, parla.

Noi non abbiamo fretta.

Giovanna Ginevra Stella